Adaleta seguì la sorte delle compagne.
Poche ore dopo la cattura, giaceva nel luogo in cui era stata condotta, sfinita e dolorante in tutto il corpo. Il labbro inferiore era tumefatto e sanguinante. Ignorava quale destino la attendesse e in quel momento non le importava. Si sentiva così prostrata che perse coscienza e nozione del tempo per un lungo periodo.
Era buio quando fu svegliata da un baccano assordante, che pareva di festa. Si sentivano applausi e grida gioiose.
"Viva il nostro capitano! Viva Farinata degli Uberti!"
Ci volle parecchio tempo prima che tornasse la calma.
Si alzò. La sua forte tempra aveva ripreso il sopravvento sullo sconforto e sull'abbattimento di poche ore prima: Siena non era ancora crollata e il padrone che, prima o poi, sarebbe entrato per riscuotere il premio della vittoria, avrebbe scoperto che non aveva ancora finito di combattere.
Cercò di far lavorare in fretta la mente, alla ricerca di una via di scampo. Ma non ne ebbe il tempo: due cavalieri si fecero strada. Uno la illuminò con la luce di una torcia.
"Adesso concediti un poco di riposo o un piacevole passatempo, a tua scelta” esclamò il primo, in tono malizioso. “Ho fatto in modo di riservare al vittorioso capitano delle armate fiorentine, nonché mio caro fratello, il pezzo più pregevole del bottino di guerra finora catturato al nemico. Deciderai tu cosa farne, ma ricordati che è stata una rinuncia sofferta, da parte mia, e un segno di profondo affetto."
Si salutarono con un sorriso e una pacca sulla spalla. Poi il secondo cavaliere entrò e prese a osservarla in silenzio, con insistenza, come se fosse stupito da ciò che vedeva.
Eccolo, dunque, il famoso capitano dei fiorentini. L’aveva visto fare strage dei cittadini senesi, avanzare inarrestabile. Avrebbe dovuto detestarlo, per il male che stava facendo alla sua città. Eppure, durante la battaglia, ne aveva ammirato il coraggio, il grande valore.
Chi era costui? Un sanguinario assetato di sangue, un rozzo soldato senza pietà e senza morale, come è facile trovare tra i militari, o un eroe vero, magnanimo e capace di nobili sentimenti, come il rispetto verso gli inermi e la pietà per i vinti? Perché la fissava in quel modo a lei sconosciuto, che le incuteva soggezione e le faceva imporporare le guance? Nessun uomo l’aveva mai guardata così. Doveva ordinargli di smettere o era preferibile mostrarsi docile e rispettosa?
Le venne in mente il suo aspetto. Doveva essere orribile. Prima della battaglia aveva tagliato i lunghi, bellissimi capelli, facendone dono alla Vergine Maria per la salvezza della città. Indossava abiti maschili, laceri e sporchi, recava su di sé tutti i segni del combattimento: polvere, sangue, ferite. D’istinto, passò le mani fra i capelli, come per riordinarli.
Farinata le si avvicinò. Con un dito le sfiorò appena il labbro offeso.
"Ti fa male?" le chiese.
Adaleta si raddrizzò nella persona e accennò un secco diniego con la testa.
"Sei ferita da qualche altra parte?"
Negò ancora, senza parlare.
"Ti hanno dato da bere? Hai mangiato?"
“No. E non intendo farlo!” replicò questa volta con fierezza. “Non accetto né acqua né cibo dai fiorentini. Voi siete mio nemico e come tale vi tratterò. E pretendo che mi onoriate della medesima cortesia."
Come ti chiami? Puoi dirmelo?”
“Adaleta. Senese.” rispose, brusca.
Farinata sorrise, le prese con gentilezza una mano e si inchinò, sfiorando le dita con un bacio.
"Madonna Adaleta, senese, vi accorderò l'onore che mi chiedete. Ma voi concedetemi quello di cenare con me, come due buoni, vecchi nemici."
Quella fanciulla, rifletté Farinata, era la seconda, piacevole sorpresa ricevuta da Siena nel volgere di poche ore. La prima era stata il trattamento riservatogli dopo la cattura.
Una volta penetrato nelle mura, la decisione delle autorità di sbarrare Porta Camollia in faccia ai concittadini in fuga lo aveva colto del tutto impreparato. Si era ritrovato intrappolato senza poter fare nulla per evitarlo. Nonostante l’incidente, però, si sentiva fiero di sé. Aveva portato a compimento un’impresa memorabile, che l’avrebbe consegnato per sempre agli annali della sua città: Siena, il più agguerrito e pericoloso fra tutti i nemici, era stata sconfitta ed espugnata. Non aveva scampo. L’impresa sarebbe stata portata a termine l’indomani, secondo il piano concordato. Aveva già impartito tutte le disposizioni anche nell’eventualità, del tutto possibile, di una sua cattura: il Capitano doveva essere abbandonato al proprio destino, senza cedere ad alcun ricatto. Neri, con dolore, avrebbe fatto rispettare gli ordini. Anche il nonno sarebbe stato orgoglioso di lui: aveva onorato il debito contratto con gli antenati per aver ricevuto un nome onorato e portato la sua pietra per renderlo ancora più grande e rispettato.
E invece, Siena, la nemica di sempre, mentre le armate fiorentine bivaccavano sotto le mura e già pregustavano il piacere di raderla al suolo pietra su pietra, si dimostrò capace di una nuova, sorprendente decisione. Il Consiglio degli Anziani valutò che le circostanze in cui i cavalieri fiorentini erano caduti in mano nemica fossero eccezionali e degne di gloria e che tanto eroismo meritasse di essere onorato non solo con una speciale menzione negli annali della città, a perenne memoria, ma anche accordando ai prigionieri il permesso di allontanarsi incolumi, armi in pugno.
Nei giorni seguenti, i detrattori di Siena, che non mancavano certo fra i fiorentini, sospettarono che la generosa risoluzione dei senesi nascondesse in realtà un fine molto pratico: accattivarsi le simpatie del Capitano, il quale - guarda caso! - era lui pure un ghibellino. Non di questo parere si dichiararono coloro che dell'evento erano stati i protagonisti, compresi quelli di parte guelfa come Buoso Donati, che apprezzarono come meritava l'omaggio degli avversari.
In ogni caso, se anche l'obiettivo delle autorità senesi fosse stato quello indicato dalle malelingue, va detto che fu raggiunto, perché Farinata sapeva riconoscere e apprezzare la nobiltà di comportamento, quando la incontrava.
Tanto più, dunque, fu grato a Siena per aver posto sul suo cammino una fanciulla incantevole e di gran temperamento, con la quale poté trattenersi un tempo più breve di quanto avrebbe desiderato ma il più emozionante mai trascorso in compagnia di una donna.
Neppure Adaleta era riuscita a difendersi dal fascino del giovane capitano, al quale continuava a pensare anche dopo che lui, consumata una cena breve e frugale, le aveva sfiorato le dita della mano con un bacio e l'aveva salutata.
"Dormite tranquilla, madonna Adaleta" l’aveva rassicurata congedandosi "Siete mia ospite sino a quando la guerra non sarà conclusa. Nessuno oserà sfiorarvi neppure con uno sguardo. Se vi fa piacere, vi invierò una donna per compagnia."
Ma Adaleta non desiderava nessuno. Con il permesso del capitano, intendeva solo rivolgergli una domanda che le stava molto a cuore.
"Non posso concederlo, madonna. Perdonatemi. So già che mi interroghereste sulle sorti della vostra città e io non sarei in grado di rispondervi, per ora. Non dipende solo da me. Ho convocato il Consiglio dei nobili per domattina all'alba. Decideremo in quella sede."
"Allora ho due suppliche da rivolgervi. Non impeditemelo, vi prego."
"La prima."
"Risparmiate Siena. E’ in ginocchio. L'orgoglio dei fiorentini è vendicato. Nessuna gloria potrà venirvi dallo scempio e dall'uccisione di donne e bambini. Molta di più ne guadagnerete da una atto di umanità."
"La seconda."
"Permettetemi di raggiungere la mia gente e di condividere il suo stesso destino."
Farinata esitò un attimo. Di nuovo sfiorò con un dito il labbro di Adaleta, i contorni del viso.
"Piccola, coraggiosa senese" bisbigliò in soffio, gli occhi negli occhi di lei, nei quali indugiò più a lungo del dovuto.
"Siete libera” affermò dopo qualche istante, cercando di dissimulare il turbamento. “Domattina verrete scortata a Siena e restituita alla vostra famiglia. Quanto alla prima richiesta, sapervi in città sarà per me un ulteriore motivo per riflettere con attenzione sulle decisioni da prendere."
"Sento l’obbligo di informarvi che nessuno potrà pagare un riscatto per me."
"E io di confessarvi che la tentazione di trattenervi con me è molto forte. E non per il riscatto."
Quindi le aveva augurato la buona notte e si era congedato senza svelarle che, qualunque sorte fosse toccato a Siena, lei sarebbe stata risparmiata.
Adaleta indugiò ancora a lungo sull’immagine di quel giovane dai modi gentili e dal bellissimo aspetto. Non riusciva a staccarsene. Mentre pensava a lui, il cuore le batteva in modo precipitoso, come non le era mai accaduto in precedenza.
Cercò di reagire a quella debolezza ricordando a se stessa che il cavaliere da cui si sentiva così attratta era lo stesso che aveva ucciso tanti cittadini senesi, colui che l’indomani avrebbe forse raso al suolo la città. Com'era possibile che non provasse indignazione, che trovasse la sua compagnia dolce e piacevole, che, peggio, ne sentisse la mancanza, ora che lui era assente? Forse si era fatta sedurre dai suoi discorsi, dai modi cortesi, dai bellissimi occhi azzurri?
Si era rifiutato di toccare cibo sino a quando lei non avesse accettato di tenergli compagnia.
"Avrete sulla coscienza la mia morte per fame, madonna Adaleta."
"Sarà un buon modo per vendicare Siena da colui che ne ha massacrati gli abitanti ed è penetrato in armi nelle sue mura" aveva replicato lei, ostinata.
"Perdonate, madonna, ma temo che il vostro ardore vi confonda le idee. Io non ho massacrato nessuno. Non avevo di fronte cittadini inermi e indifesi. Ho combattuto faccia a faccia con un nemico valorosissimo e agguerrito, dal quale potevo essere ucciso a mia volta. Come è successo a tanti di noi, nei combattimenti degli ultimi due anni. Non per questo penso che i senesi ci abbiano massacrato. Sono stati più forti e anche più astuti: il che, in guerra, è persino più importante. Questa volta abbiamo azzeccato noi le mosse. Ci siamo battuti con lealtà per Firenze, come i senesi per Siena. Non merito né la vostra condanna, né il vostro disprezzo. E neppure l'offesa che mi arrecate, rifiutando la mia ospitalità."
Non aveva saputo ribattere. Arrossendo, aveva bevuto un lungo sorso d’acqua e preso dalla mensa un pezzo di pane. Solo allora il Capitano fiorentino aveva cominciato a consumare il pasto.