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Il concetto di "genere"

Voglio iniziare la mia collana di “pensieri in libertà” con il concetto di “genere”.

Vi ho detto che soffro le “regole”. E il concetto di “genere” è una regola. Peggio, uno schema nel quale devi stare. Aderire a un “genere” significa accettare una serie di scelte logico-formali che sono proprie di quel “genere”. 
L’abitudine di classificare i romanzi per “genere” è molto diffusa: storico, giallo, rosa, fantasy etc… Si tratta di una tradizione che ereditiamo dall’Ottocento, allorché gli autori erano alla ricerca di moduli e forme espressive che incontrassero il gusto del pubblico, soprattutto quello della borghesia in ascesa. Il romanzo storico, ad esempio, è sorto proprio in quell’epoca con Walter Scott e, in Italia, con Manzoni.
Il Novecento ha ereditato il concetto e l’ha perfezionato ed allargato. In effetti, soprattutto da un punto di vista commerciale, appartenere a un genere preciso è un vantaggio: il lettore sa subito quello che compra.
Tuttavia, diceva Croce, "ogni vera opera d'arte ha violato un genere, venendo a scompigliare così le teorie dei critici, i quali sono stati costretti ad allargare il genere."

Come non essere d’accordo?

Penso, ad esempio, alle opere di Ian Mc Ewan, da Espiazione a Lettera a Berlino a Chesil Beach: grandi affreschi storici, con una ricostruzione minuziosa ed efficace di un epoca. Ma chi potrebbe definirli romanzi storici? Stesso discorso per Irene Nemirovsky, una vera artista della ricostruzione storica. Il suo Suite francese è un capolavoro del “genere” storico. Ma lo definiremmo romanzo storico?  E Le strade di polvere, di Rosetta Loi o Le menzogne della notte, di Gesualdo Bufalino? Lo stesso Il nome della rosa: giallo o grande affresco di un’epoca?

Mi fermo qui. Ma tornerò sull’argomento.