Benvenuta, benvenuto,
sono Carla Maria Russo
e scrivo romanzi che
parlano di storie e grandi
emozioni - leggi tutto >
Disponibile in tutte le librerie e anche in versione ebook su tutte le piattaforme principali, per Kindle, iPad e ebook reader!
:: NEWS: Carla Maria Russo sarà a Termoli il 26 maggio 2013 alle ore 18 presso la Residenza Sveva, Piazza Duomo 11 ::
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"Suor Maria Veronica si alzò dal giaciglio e aprì la piccola imposta della cella. L’alba tingeva di rosa un cielo limpido e terso, che annunciava un’altra giornata tiepida, sebbene fosse novembre inoltrato. Sorrise, grata a Dio per averla fatta nascere a Palermo. La balia, quando era bambina e viveva ancora nella Reggia, le raccontava sempre che nella terra d’origine della sua famiglia – la Normandia – il freddo arrivava già ad agosto, durava a lungo ed era così intenso che l’acqua gelava nei fiumi e i bambini morivano a migliaia. Ma lei non si sentiva una normanna, sebbene tutto, nell’aspetto fisico, ne tradisse la discendenza..."
"Manente degli Uberti – che tutti chiamavano con il soprannome di Farinata - era molto contento quella domenica, la terza di gennaio del 1216. Aveva appena ottenuto dal nonno Schiatta il permesso di partecipare al banchetto offerto dalla nobile famiglia dei Mazzinghi, per celebrare l'elevazione a cavaliere del figlio Mazzingo Tegrimi.
Farinata - dodici anni, terzo maschio di Jacopo e Giulia degli Uberti – secondo la madre era ancora troppo giovane per partecipare a una festa destinata a durare fino a tardi. Ma lui aveva tanto insistito presso il nonno da strappargli il consenso, ben sapendo che nessuno avrebbe osato opporsi a una decisione del capo assoluto, indiscusso e molto rispettato di tutta la Casata degli Uberti..."
"Sono disteso in una lussuosa bara di mogano marrone scuro, con anelli di lucido ottone sui quattro lati.
Corone di fiori a profusione impestano l’aria dell’odore dolciastro e corrotto, tipico dei funerali. Persino il duce, dalla roccaforte di Salò, non ha fatto mancare la propria: gerbere e rose.
Indosso l’alta uniforme, con le mostrine e le medaglie, a indicare il mio grado di generale e i meriti acquisiti nello svolgimento della mia funzione.
Il capo è scoperto, i capelli sono pettinati con somma cura e ben incollati l’uno a l’altro con un velo di brillantina. Ai miei piedi, il cappello..."
"Lavezzari bussò alla stanza da letto di Sua Eccellenza e attese di essere ammesso. Andrea Tron era già vestito di tutto punto, in giacca di seta scura che metteva in risalto il fisico molto alto e dalle perfette proporzioni, tanto apprezzato dalle signore. Lo jabot della camicia di lino finissimo, immacolato e spumeggiante di intarsi, aggiungeva all’aspetto un tocco ulteriore di eleganza e raffinatezza. 'Siete fortunato, questa mattina, Lavezzari. La casa avita mi concilia il sonno. Solo qui riesco a dormire fino a così tardi'..."
"Quel tardo pomeriggio, allorché Demetrio Flavio intravide Clelia Prisca che si incamminava verso il Viminale, accompagnata solo da una schiava, rimase stupito.
Camminava a passi rapidi, frettolosi, trattenendo con la mano un lembo del velo che le scendeva dal capo a celare parzialmente il viso. Se non l’avesse conosciuta così bene da poterla distinguere fra mille, certo Demetrio non si sarebbe neppure accorto di quella svelta figurina che si muoveva rasentando i muri..."
"Tutto è cominciato la mattina del ventuno giugno milleottocentoquindici. Una mattina come tutte le altre, all’apparenza: ero in ritardo per la scuola e Sophie brontolava. Come sempre. Potevo mai immaginare che proprio quella mattina sarebbe iniziata per me la grande avventura?
Le avventure, purtroppo, non è che ti avvisano, quando iniziano, anzi, di solito ti accorgi di esserci in mezzo solo quando sei già a metà. Proprio questo è successo a me. Mentre gli avvenimenti si susseguivano sotto i miei occhi, mi sono reso conto di essere nel bel mezzo di una situazione che, a raccontarla a Philibert e a Boudin, che sono in classe con me, o agli studenti di quinta, che guardano sempre noi piccoli come se fossimo molluschi invece che essere umani, ci sarebbe stato da farci un figurone e farli schiattare d’invidia..."
"La notte prima del nostro primo giorno di scuola io e gli altri bambini della cascina Monluè non siamo riusciti a dormire per la paura. Anche i nostri genitori sono rimasti svegli fino a tardi. Le mamme, alla luce della candela, hanno rammendato e ripulito gli abiti e dato gli ultimi punti alle sacche di tela per i libri. I papà hanno cercato di tirare a lucido il legno degli zoccoli che portiamo ai piedi, sperando che facciano una figura passabile. Inoltre siamo stati tutti strigliati a dovere in una tinozza d’acqua bollente, dalla testa ai piedi, capelli compresi. Inutile protestare per l’acqua troppo calda, tanto le mamme non le smuovi dalla loro idea che solo se è calda pulisce bene..."
"Nel 1940 avevo tredici anni e da quasi cinque vivevo nella pubblica carità. A nove anni, infatti, ero stato ammesso nel collegio dei Martinitt, ovvero nell'orfanotrofio milanese. Lungi dal sentire anche solo un briciolo di complesso di inferiorità per il mio stato di orfanello, ero molto fiero di far parte di una delle istituzioni storiche della mia città.
Entrare nei Martinitt - chi non lo sapeva a Milano? - era un privilegio, che attenuava in parte il disagio della povertà e dell'abbandono cui la sorte mi aveva condannato e anche i timori per il futuro, quanto mai incerto per i ragazzi che, come me, non potevano contare su alcun appoggio, neppure quello dell'affetto dei familiari..."
"Antiochia, 30 gennaio 1098.
'Allora, Bartolomeo. Vediamo di fare un poco d'ordine in questa situazione. Cerchiamo di capire come ti sei cacciato in questo guaio. Usa il tuo intelletto. A cosa ti è servito studiare, se poi non sai fare altro che lamentarti o imputare tutti i tuoi guai alla malasorte o all'ira di Dio? Siediti con calma e prova ad esaminare ogni cosa da principio. Questo terrà occupata la tua mente e forse calmerà un poco gli orrendi crampi della fame e gli stimoli ancora più orrendi della sete che ti tormentano. Non so se alla fine ti aiuterà a trovare le risposte che cerchi, ma tanto, nella situazione in cui sei, non puoi fare altro.' Questa mattina, all'alba, mi è parso di sentire una voce che mi diceva queste cose. Mi sembrava che fosse il mio magister di Bologna, Irnerio. Forse è stato un sogno, mi sono detto, o forse deliravo, ma in ogni caso mi è parso un suggerimento giusto..."
Benvenuta, benvenuto,
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